
VIA CRUCIS - GAZA


GAZA.
Via Crucis oggi, guardando al dramma di Gaza, viene facile di rimando l’associazione al suo calvario contemporaneo fatto di polvere, macerie e un silenzio assordante della comunità internazionale.
Il corpo di Cristo si identifica con i corpi dei civili e degli innocenti, un tragico dèjà vu che si ripete nella storia di quella terra che incarna l’ossimoro di benedetta e maledetta. La condanna oggi non avviene in un pretorio, ma nei palazzi del potere dove si decide chi ha diritto di esistere e chi è un "danno collaterale". A Gaza, la condanna cade dall'alto, sotto forma di ordini di evacuazione verso il nulla. È la condanna di chi nasce dalla "parte sbagliata" del confine – attenzione, stiamo firmando sentenze con la nostra indifferenza.
La croce di Gaza non è più solo di legno, ma di cemento armato. È il peso di un intero isolato crollato che un padre deve sollevare a mani nude per cercare i figli. È il peso di una tanica d'acqua vuota portata per chilometri. E’ il peso che ogni sopravvissuto porta sulle spalle di chi non ce l'ha fatta.
Nella via Crucis per tre volte Gesù cade sotto il peso della Croce, a Gaza si cade sotto i bombardamenti, per la fame, per la mancanza di medicinali. Le cadute oggi sono i bambini che smettono di tremare perché troppo stanchi di aver paura. Ogni volta che una tenda viene spazzata via dal vento, dall’acqua o dal fuoco, è il Cristo che batte la faccia nel fango di Gaza.
Nella IV stazione Cristo incontra sua Madre, in questa via Crucis Maria ha il volto delle madri che riconoscono i figli lacerati da particolari, che a noi sfuggono, come una macchia o lo strappo di una maglietta. È il grido muto di madri e padri che stringono un lenzuolo bianco che non vogliono lasciare andare. Incontri in cui non ci sono parole, solo lo strazio di chi ha generato vita per vederla spezzata in un istante.
I medici che operano sul pavimento delle chiese e delle scuole, senza anestesia, usando la luce di un cellulare, sono le Veroniche di oggi. Sono i volontari che dividono l'ultimo pezzo di pane. Gesti minimi di umanità in un oceano di brutalità e disumanità.
Gesù è inchiodato alla croce è immobilizzato, bloccato - come sono bloccati e inchiodati a una striscia di terra lunga 40 chilometri i Gazawi. Senza via d'uscita.
Il cielo di Gaza è chiuso, il mare è vietato, la terra è un cratere. I chiodi sono i frammenti di metallo nella carne sanguinante. La sete è quella di chi beve acqua salata. "Ho sete" non è più un simbolo, è la realtà di migliaia di bambini.
Gesù infine muore in croce: “Il buio si fece su tutta la terra”. A Gaza il buio è il blackout delle comunicazioni, il silenzio dei telefoni che non squillano più. Dio muore sotto un bombardamento notturno, muore nella fossa comune di un ospedale, muore nell'attesa di un aiuto che non arriva. In questa via Crucis manca la XV stazione, la Resurrezione, non è una distrazione, semplicemente e crudamente, a Gaza - per il momento - non si prospetta nessuna RESURREZIONE e restiamo in attesa.
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